L’Extraterrestre, settimanale ecologista de Il Manifesto, 27 novembre 2025 | Fonte
La COP30 in Brasile ha lasciato dietro di sé un mix di speranza e frustrazione. Da una parte l’attenzione globale alle foreste tropicali, alla tutela degli ecosistemi, al ruolo delle popolazioni indigene – elementi centrali nel contrasto alla crisi climatica. Dall’altra, la sensazione che manchi la volontà di una trasformazione profonda. E’ positivo che le foreste abbiano avuto rilievo e che si riconosca il ruolo delle comunità indigene come custodi del suolo e della biodiversità. Eppure il dibattito sul legame tra cambiamento climatico, agricoltura, suolo e alimentazione, resta timido così come l’invito a rafforzare sistemi agro-ecologici locali e comunitari.
L’agenda della COP30 rimane centrata su energia, combustibili fossili, foreste – meno su agricoltura, sistemi alimentari, sovranità dei semi. In altre parole: manca ancora il salto verso quella trasformazione profonda che l’emergenza climatica richiede. La crisi climatica e ambientale è infatti profondamente radicata nel modello di agricoltura industriale, estrattivo, basato su capitale e monocolture. Il sistema alimentare globale conta per circa il 29% delle emissioni globali di gas serra.
Non si tratta allora semplicemente di immettere meno CO2nell’atmosfera, ma di ripensare le nostre relazioni con la terra, i semi, l’acqua, le comunità. Agroecologia, biodiversità e ruolo dei contadini sono elementi chiave che non possono essere esclusi dal dibattito climatico.
Le criticità sono evidenti: l’assenza di impegni vincolanti sul phase-out dei combustibili fossili condiziona anche l’agricoltura, mentre molte soluzioni proposte restano nelle mani di grandi imprese, tecnologie centralizzate e mercati globali, invece che nel rafforzamento delle comunità locali, delle economie circolari, della diversità biologica. Le soluzioni “tecnologiche” o finanziarie — crediti di carbonio, soluzioni compensative, digitalizzazione, grandi tecnologie — non affrontano la radice del problema: il rapporto estrattivo dell’uomo con la natura. La vera soluzione non risiede nella creazione di sostituti alimentari o nell’espansione del paradigma industriale, ma nel valorizzare le iniziative che già lavorano in armonia con la Terra. Eppure l’agricoltura e la sovranità alimentare non hanno avuto lo spazio che meritano nei negoziati.
La crisi climatica richiede risposte immediate che si trovano già nelle comunità locali. Non si tratta solo di adottare pratiche migliori, ma di riconoscere che il cambiamento parte dalle zone rurali, dalle popolazioni indigene, dai piccoli agricoltori, dai sistemi alimentari locali che conservano sementi, biodiversità, legami alla terra. La COP30 avrebbe potuto fare molto di più: non solo riconoscere simbolicamente queste comunità, ma darle reale potere decisionale, investimenti diretti, spazi politici. Ogni agricoltore, ogni seme, ogni comunità sono parte della soluzione – non semplici spettatori.
Se l’obiettivo è salvare il clima, allora serve un cambio di paradigma che abbandoni l’estrazione, la mercificazione e la centralità delle monocolture a favore di un modello che valorizzi la cura del suolo, la biodiversità, le comunità, la sovranità alimentare. Le soluzioni esistono già. Occorre solo allargarle, sostenerle e dare loro centralità nel processo politico globale.
È necessario dare parola ai territori, rafforzare le alleanze comunitarie, promuovere l’economia circolare e il rispetto della terra. Non basta compensare, serve rigenerare.
Ruchi Shroff, Navdanya International