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Di Fabian Pacheco Rodríguez*, Mauricio Alvarez Mora** – L’Extraterrestre, settimanale ecologista de Il Manifesto, 2 lugio 2020 | Fonte

In Costa Rica, sono 3.298,78 gli ettari dedicati alla coltivazione biologica delle banane, a fronte di 50.000 ettari destinati alla monocoltura intensiva, per lo più concentrati nelle mani di multinazionali e grandi aziende locali. Il modello di «sviluppo» agroindustriale ha lasciato dietro di sé profondi impatti ambientali, tra cui la distruzione delle foreste tropicali e la contaminazione delle falde acquifere con agrochimici. Il modello della coltivazione agroindustriale si è diffuso negli ultimi 150 anni attraverso l’espropriazione delle terre fertili. Gli indigeni che le abitavano sono stati costretti a spostarsi verso altopiani non idonei all’agricoltura. Questo modello ha comportato anche violazioni contro i diritti dei lavoratori: bassi salari, servizi sanitari scadenti, persecuzioni sindacali, sfruttamento di lavoratori privi di documenti.
Le malattie che colpiscono le monocolture non devono sorprenderci, in quanto si tratta di un fenomeno biologico atteso in qualsiasi sistema agricolo che impone l’uniformità genetica dove la biodiversità sarebbe la norma. Sfidare la biodiversità tropicale con i deserti verdi delle monocolture è possibile solo attraverso l’uso intensivo di sostanze biocide.

Per massimizzare la produzione di banane, è necessario allora spargere fungicidi una volta alla settimana. Il più utilizzato è il noto Mancozeb, l’agrochimico più importato in Costa Rica.

Indicativi dell’impatto sulla salute della popolazione e dell’alto livello di contaminazione ambientale sono alcuni studi epidemiologici dell’Universidad Nacional ha riscontrato significative concentrazioni di Mancozeb nelle urine di scolari dai 6 ai 9 anni nel cantone di Talamanca, nei capelli di donne in gravidanza e nel pelo dei bradipi che vivevano nei pressi delle piantagioni. L’Universidad Nacional ha infine rilevato la presenza del fungicida clorotalonil nel 95% dei campioni di polvere raccolti da scuole e case residenziali nelle comunità dei Caraibi costaricensi vicino alle monocolture.
Le moderne pratiche agronomiche industriali ignorano l’enorme potenziale della conoscenza indigena che dimostra come sia possibile vivere e produrre cibo sul pianeta senza distruggerlo. Mentre già da parecchi decenni, chi produce a livello agroindustriale ha dovuto sostituire la varietà tradizionale dolce Gros Michael, troppo suscettibile alla «Malattia di Panama», con la Cavendish per poter mantenere il modello di monocoltura, oggi ci sono centinaia di famiglie indigene che producono la banana biologica Gros Michel senza bisogno di fitofarmaci, in sistemi agro-ecologici resilienti e ricchi di biodiversità. Adottando i principi dell’agroecologia, le comunità di Talamanca stanno creando delle «foreste di cibo», un vero paradiso alimentare che segna un limite all’espansione delle monocolture chimiche.

* direttore del Centro Nazionale di Agricoltura Biologica del Costa Rica
** geografo dell’Università del Costa Rica

(Articolo tratto dal rapporto di Navdanya International Il futuro del cibo. Biodiversità e agroecologia per un’alimentazione sana e sostenibile)


La dolce medicina dell’Agroecologia contro l’amarezza delle monocolture coltivate chimicamente

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Di Fabian Pacheco Rodríguez, attivista e agricoltore ecologico, Master in Agrobiologia Ambientale e Mauricio Alvarez Mora, geografo e Master of Latin American Studies, (UCR) Università del Costa Rica — Estratto dal rapporto di Navdanya International Il Futuro del cibo – Biodiversità e agroecologia per un’alimentazione sana e sostenibile – novembre 2019 

La storia si ripete a causa dell’ostinata mentalità di coloro che  promuovono le monocolture coltivate chimicamente.  In ambienti diversi nei paesi tropicali dell’America Latina, abbiamo potuto osservare le prime avvisaglie dell’arrivo di un nuovo fungo. il: “Fusarium oxysporum f. sp. sp. cubense (TR4)”.  Questo fungo causa la cosiddetta “Malattia di Panama”, ed è così aggressivo che ancora oggi ha la capacità di distruggere grandi piantagioni di banane causando enormi danni economici al settore delle esportazioni agroalimentari.

In Costa Rica, un primo ceppo di Fusarium fu individuato negli anni cinquanta. La malattia di Panama porta il suo nome perché fu individuata per la prima volta proprio a Panama. A quei tempi si usava una varietà di banane chiamata Gros Michel, molto sensibile a questa malattia. La varietà Gros Michel è di gran lunga una delle banane più dolci e squisite, ma purtroppo è scomparsa dalle catene alimentari transnazionali a causa della sua suscettibilità, che la rende incoltivabile come monocoltura.  Non è un caso che sia invece possibile produrre questa varietà di banane in condizioni agroecologiche, un esempio è l’Associazione dei Piccoli Agricoltori di Talamanca (Asociación de Pequeños Productores de Talamanca – APPTA)[1] della regione caraibica del Costa Rica, dove si riesce a produrre questa squisita varietà.  L’APPTA è composta da circa 600 famiglie di cui l’80% indigene.

In Costa Rica 3.298,78 ettari sono registrati per la coltivazione biologica di banane, contro i 50.000 ettari destinati alla monocoltura delle stesse, per lo più concentrati nelle mani di multinazionali e grandi aziende locali[2].

Il modello di “sviluppo” agroindustriale che si applica alla produzione di materie prime agricole per i mercati internazionali ha lasciato dietro di sé profondi impatti ambientali, tra cui: la distruzione delle foreste tropicali per espandere i latifondi e la contaminazione delle falde acquifere con diversi “cocktail” di prodotti agrochimici, che sta impedendo l’accesso delle comunità ai sistemi idrici, e danneggiando gli ecosistemi acquatici in generale, dove vediamo intere maree di pesci e anfibi uccisi da intossicazione acuta. In Costa Rica questi ed altri fenomeni sono diventati comuni nelle aree coltivate con monocolture di ananas e nelle aree di piantagioni di banane.

Le conseguenze a livello ecologico e sociale del modello della coltivazione agroindustriale delle banane si sono diffuse negli ultimi 150 anni attraverso l’espropriazione delle valli e delle terre fertili che gli indigeni abitavano, i quali sono stati costretti a spostarsi verso gli altopiani, i cui terreni hanno scarsa idoneità all’agricoltura.  Allo stesso tempo, è stato stabilito uno sfruttamento intensivo e inquinante, che ha comportato anche grandi violazioni contro i lavoratori come: bassi salari, servizi sanitari scadenti, persecuzioni sindacali, assunzione di lavoratori privi di documenti[3]. In materia ambientale, l’industria agroalimentare delle banane è responsabile dei problemi di infertilità di migliaia di lavoratori, che hanno sofferto – alla fine degli anni sessanta – per gli effetti dell’irrorazione di prodotti come Nemagon e DBCP (Dibromocloropropano)[4].

Sfidare la biodiversità tropicale con i deserti verdi delle monocolture e non comprendere le lezioni del passato, come quella della malattia di Panama (che la storia sta per ripetersi con il ritorno del Fusarium TR4) è un ulteriore passo nella direzione sbagliata. La monocoltura, nelle nostre regioni biodiverse, è praticabile solo attraverso l’uso di sostanze biocide intensive. Le moderne pratiche agronomiche industriali ignorano l’enorme potenziale della saggezza indigena, che dimostra come sia possibile vivere e produrre cibo sul pianeta senza distruggerlo. A titolo di esempio possiamo osservare come ecosistemi agricoli così diversi e antagonisti si realizzino nella stessa regione del Costa Rica.

Rispetto alle piantagioni di banane dipendenti dall’agrochimica che hanno sostituito la varietà dolce di Gros Michel con la varietà Cavendish – per mantenere il modello di monocoltura ed evitare la malattia di Panama – oggi ci sono centinaia di famiglie indigene che producono la banana biologica Gros Michel senza bisogno di una sola goccia di fertilizzanti agrotossici o sintetici.  La loro produzione di banane biologiche e di altri alimenti all’interno della foresta è una chiara sfida a quelle che Vandana Shiva definisce le “monocolture della mente”[5]. Questa produzione, ecologica e familiare, è facilitata dal fatto che le banane sono piantate all’interno della foresta, sotto alberi utilizzati per legname, frutta e medicinali. Quando la componente arborea è rispettata, si ottiene un microclima più fresco, che evita che le spore dei funghi sigatoka (Mycosphaerella fijiensis) germoglino aggressivamente. Va anche notato che questi produttori mantengono una maggiore distanza tra le piante di banane, per cui, nonostante la loro grande sensibilità alla malattia di Panama, questa non comporta danni economici per gli agricoltori familiari. La suddetta distanza di impianto in sistemi agro-ecologici permette di creare una vera “foresta” di cibo, legno, medicine, ecc. che permette alle comunità di Talamanca di vivere in un vero paradiso alimentare e segnare un limite all’espansione delle monocolture irrorate di pesticidi.

A differenza del modello di produzione biologica delle banane, l’approccio industriale – che mira a produrre più chili di banane per area – elimina completamente gli alberi, generando una maggiore densità di piante di banane per area, oltre ad un microclima che favorisce la germinazione e la dispersione delle spore del fungo sigatoka, tra gli altri problemi. Come conseguenza della rimozione di tutti gli alberi, per massimizzare la produzione di banane, è necessario irrorare centinaia di ettari di terreno con fungicida una volta alla settimana. Il più utilizzato è il noto Mancozeb, che è il prodotto agrochimico più importato in Costa Rica.

Inoltre, uno studio condotto nel 2005-2008 sui bradipi (Bradypus variegatus y Choloepus hoffmanni) in una fattoria situata nel Pueblo Nuevo de Guácimo, circondata da coltivazione intensiva di banane, ananas e paddock, ha trovato tracce di pesticidi nei capelli, lavaggio delle braccia e pulizia orale dei bradipi analizzati. Tra le sostanze trovate: ametrina, clorpirifos, clorotalonil, diazinon, difenoconazolo, deet, etoprofos e tiabendazolo. Tutte queste sostanze sono utilizzate nelle piantagioni di banane e ananas. Secondo lo studio, questa contaminazione è prodotta “probabilmente dall’ingestione di alimenti contaminati e dal contatto diretto con pesticidi”[8].

A sua volta, l’Istituto Regionale per gli Studi sulle Sostanze Tossiche della National University (Instituto Regional de Estudios en Sustancias Tóxicas de la Universidad Nacional – IRET-UNA) ha rilevato il fungicida clorotalonil nel 95% dei campioni di polvere, raccolti da scuole e case residenziali nelle comunità dei Caraibi costaricensi vicino alle piantagioni di ananas e banane[9].

Il paesaggio che ricordano gli abitanti più anziani, viene distrutto dall’accademia corporativa della monocultura della mente. Per coloro i quali la sussistenza si basa sugli ecosistemi agricoli il paradigma è evidente : “maggiore è la diversità, maggiore è la sostenibilità, non solo ecologica, ma anche economica”. La logica dei “deserti mentali” è invece quella di smantellare gli ecosistemi agricoli e condannare gli agricoltori a diventare dipendenti da fattori di produzione esterni; in particolare quelli che si fanno tentare da promesse illusorie e prestano attenzione alla consulenza dell’industria per produrre materie prime agricole.

Per esemplificare quanto sopra, continuiamo ad utilizzare il caso delle piantagioni di banane, parliamo di altre differenze nelle pratiche di gestione agricola: quelle che favoriscono i benefici sociali e ambientali, e quelle che al contrario non lo fanno.

Foto 1. Sistema agroforestale biologico con piante di banane Gros Michel, cacao, pejibaye, ecc.

Fertilità e suolo di due sistemi molto diversi tra loro

Nei sistemi agroforestali che producono banane nei territori indigeni, si può osservare un ciclo costante di nutrienti, grazie alla decomposizione delle foglie e dei rami lasciati sul terreno. Questo apporto della componente arboricola consente una quasi totale indipendenza da input esterni. Le monocolture di banane pazco, invece, devono ottenere tutti i nutrienti sotto forma di fertilizzanti sintetici per mantenere la produzione.

D’altra parte, il mancato uso di erbicidi e nematocidi, tra le altre sostanze, permette la presenza di una copertura vegetale che, oltre a fornire materia organica al suolo, favorisce la vita di molteplici organismi macro e microscopici – o, meglio, la vita nel suolo – essenziali per mantenere in equilibrio i cicli dei nutrienti, nonché per mantenere in equilibrio alcuni organismi che potrebbero diventare vere e proprie piaghe in assenza di un ecosistema diversificato.  I nematodi fitopatogeni sono invece favoriti in quei terreni che sono impoveriti di materia organica per molte ragioni diverse, a cominciare dal fatto che l’unica cosa rimasta da mangiare sono le radici delle colture di banane e per la mancanza di competizione nell’ecosistema del suolo con altri organismi che si oppongono ad esse.

Di conseguenza, gli ingegneri monocolturali ricorrono ad applicazioni grossolane di prodotti agrochimici con impatti “collaterali” eccezionali, come ad esempio: contaminazione degli ecosistemi, dell’acqua, della fauna e delle persone. In contrasto con questa logica di devastazione della biodiversità, risulta che in terreni pieni di materia organica e di altre piante (chiamate dagli ingegneri “erbacce”) i nematodi non rappresentano un problema rilevante.

In conclusione, va detto che le nuove minacce di piaghe e malattie che devastano le monocolture non devono sorprenderci, in quanto si tratta di un fenomeno biologico atteso in qualsiasi sistema agricolo che impone l’uniformità genetica dove la biodiversità sarebbe la norma. L’esempio della produzione biologica della dolce banana Gros Michel – sensibile alla malattia di Panama – all’interno delle foreste commestibili, dovrebbe diventare l’esempio da seguire. L’agroecologia è la dolce medicina contro le malattie del  modello monoculturale basato sull’uso di prodotti chimici.

Foto2: Monocoltura di banane trattate chimicamente


Note

[1] APPTA, sito web http://www.appta.org/index.php/es/

[2] SEPSA. 2019. Boletín Estadístico # 29. Availble at: http://www.mag.go.cr/bibliotecavirtual/BEA-0029.PDF

[3] Palmer, P. (1986) “Wa’apin man”: La historia de la costa talamanqueña de Costa Rica, según sus protagonistas. Costa Rica: Instituto del Libro

[4] Solano, S.M., 2013. Reflexiones para el análisis comparativo de movimientos sociales: el caso de extrabajadoras y extrabajadores bananeros afectados por el nemagón en Costa Rica y Nicaragua. Anuario de Estudios Centroamericanos, pp.211-232.

[5] Shiva, V. (1993). Monocultures of the mind: Perspectives on biodiversity and biotechnology. Palgrave Macmillan.

[6] van Wendel de Joode, B.V.W. Mora, A.M., Lindh, C.H., Hernández-Bonilla, D., Córdoba, L., Wesseling, C., Hoppin, J.A. and Mergler, D. (2016). Pesticide exposure and neurodevelopment in children aged 6–9 years from Talamanca, Costa Rica. Cortex, 85, pp.137-150

[7] Mora, A., Córdoba, L., Cano, J., Hernandez-Bonilla, D., Pardo, L., Schnaas, L., Smith, D. Menezes-Filho, J., Eskenazi, B., van Wendel de Joode B. (2018). Prenatal Mancozeb Exposure, Excess Manganese, and Neurodevelopment at 1 Year of Age in the Infants’ Environmental Health (ISA). Environmental Health, 29.

[8] Pinnock, M. (2010). Evaluación de la exposición a plaguicidas en una población de perezosos (Bradypus variegatus y Choloepus hoffmanni: Xenarthra) en un paisaje agrícola y un centro de rescate del Caribe de Costa Rica. Tesis para optar por el grado de Magíster Scientiae en Manejo de Recursos Naturales con Mención en Gestión de la Biodiversidad. UNED: Costa Rica.

[9] Sáenz, M; Sánchez, J. 2008. Informe Final “Diagnóstico: tendencias laborales, socioeconómicas y ambientales del monocultivo del banano y la piña, en los últimos cinco años en el Caribe costarricense.” Foro Emaús.

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