In pochi giorni, due decisioni prese a Bruxelles e a Washington hanno ridisegnato i confini del sistema alimentare mondiale. Il Parlamento europeo ha approvato il regolamento sulle nuove tecniche genomiche (NGT), trasformando la maggior parte dei nuovi OGM in “piante convenzionali” per legge: niente valutazione preventiva del rischio, niente tracciabilità, niente etichettatura per consumatori e agricoltori.
Contemporaneamente, negli Stati Uniti, la Corte Suprema ha limitato le possibilità di ricorso delle vittime dell’erbicida a base di glifosato Roundup contro Bayer-Monsanto. Due decisioni che rispondono alla stessa logica corporativa: salvaguardare i profitti prima delle persone.
L’Unione europea ha presentato l’ok ai nuovi OGM come una modernizzazione delle regole, ma in realtà ha inferto un ulteriore colpo al principio di precauzione, proprio mentre la ricerca continua a evidenziare incertezze sugli effetti del gene editing fra cui il rischio di mutazioni indesiderate. Una contaminazione accidentale potrebbe inoltre trasformarsi in una controversia sulla proprietà intellettuale, trasferendo l’onere della prova sugli agricoltori. Il Parlamento ha infine respinto gli emendamenti che avrebbero garantito tracciabilità e limiti ai brevetti, cancellando il diritto di scelta di cittadini, agricoltori e filiere biologiche.
In questo scenario l’Italia è uno dei Paesi più esposti. Le associazioni che hanno contestato il voto parlano di un duro colpo alla sovranità alimentare, ai diritti dei consumatori e al futuro dell’agricoltura biologica e contadina. I nuovi OGM rappresentano un rischio in un sistema produttivo fondato sulla qualità, sulla biodiversità e sulle denominazioni territoriali. La questione non è soltanto tecnica: riguarda chi avrà il potere di decidere il futuro dell’agricoltura, se le comunità rurali o i titolari dei brevetti.
Come documentato nel rapporto “Semi di resistenza” di Navdanya International, questa spinta alla deregolamentazione ha dei precedenti. In America Latina il cosiddetto “modello argentino” ha ridotto controlli, biosicurezza ed etichettatura per accelerare l’immissione sul mercato delle nuove varietà geneticamente modificate. Strategie analoghe avanzano anche in Africa e Oceania, dove la retorica della sicurezza alimentare e dell’adattamento climatico accompagna la diffusione di sementi brevettate e pacchetti tecnologici ad alta dipendenza industriale. Si tratta di nuove forme di biopirateria che privatizzano il vivente e che sono in grado di aggirare strumenti internazionali come il Protocollo di Nagoya.
La sentenza americana sul Roundup completa questo quadro: mentre si restringono gli spazi di tutela per le vittime dei pesticidi, si rafforzano i diritti esclusivi su semi e tecnologie. Deregolamentare il rischio, privatizzare i benefici e socializzare i danni è oramai diventato il paradigma dominante.
Esistono però anche percorsi opposti. Il Messico ha inserito nella Costituzione la tutela del mais nativo; nelle Filippine le colture transgeniche sono state fermate richiamando il principio di precauzione; in Svizzera una nuova iniziativa popolare punta a mantenere l’ingegneria genetica fuori dai campi. Anche in Europa cresce la volontà di contestare il nuovo regolamento davanti alla Corte di giustizia dell’UE.
Mentre le politiche transnazionali seguono una direzione dettata dagli interessi corporativi, sono sempre più i territori che intraprendono con successo un percorso alternativo basato sull’agroecologia, sulla biodiversità coltivata, sull’autonomia contadina e sulla cooperazione. La resilienza climatica e la sicurezza alimentare non possono essere comprate a caro prezzo sul banchetto delle multinazionali ma nascono dalla rigenerazione di sistemi alimentari fondati sui semi come beni comuni.
Manlio Masucci, Navdanya International
L’Extraterrestre, settimanale ecologista de Il Manifesto, 2 luglio 2026 | Fonte