La giornata mondiale della Terra è stata un’occasione per ricordare come la guerra sia un oltraggio non solo per l’umanità ma anche per l’ambiente che sostiene la nostra vita. Il blocco dello Stretto di Hormuz ha innescato non solo una crisi energetica ma anche l’ennesima debacle dell’agricoltura industriale. Un sistema basato su filiere lunghe, fertilizzanti sintetici ad alto impatto energetico si rileva strutturalmente instabile e potenzialmente rischioso per la sicurezza alimentare globale.
Il conflitto in Medio Oriente mette a nudo, per l’ennesima volta, la serie di dipendenze a cui è soggetta la produzione alimentare industriale e ci ricorda come la soluzione vada ricercata nel paradigma alternativo agroecologico che si basa sulla diversificazione produttiva, sull’utilizzo di fertilizzanti biologici, su un basso impatto energetico e su filiere più corte e stabili.
Il caso iraniano ha dunque messo in evidenza l’inadeguatezza del paradigma produttivo industriale basato sul commercio dei fertilizzanti. Fino a un terzo del commercio mondiale di fertilizzanti transita nello Stretto di Hormuz e quasi la metà dell’urea vi passa ogni anno. La sua chiusura ha già spinto in alto i prezzi dei fertilizzanti del 20-45%. Urea e ammoniaca sono così diventate materie prime strategiche al pari del petrolio. Il risultato di queste dinamiche si trasferisce direttamente sui costi agricoli e viene assorbito in ultima battuta dai consumatori, come dimostra l’impennata dei prezzi di mais, riso e grano, in particolare nei paesi in via di sviluppo.
L’agricoltura industriale si mostra per quello che è: una filiera estremamente fragile dipendente dai fossili e da pochi stretti e porti controllati da alleanze militari e oligopoli industriali. Un sistema ad alto rischio se consideriamo che, secondo i dati di Euobserver, circa il 50% della produzione alimentare globale dipende dai fertilizzanti sintetici. Nonostante ciò, i governi non sembrano ancora aver preso coscienza della necessità di un cambio di paradigma. Al contrario.
Secondo una analisi della Agroecology Coalition, i governi spendono ogni anno oltre 600 miliardi di dollari in sussidi agricoli, di cui circa 385 miliardi sostengono il modello intensivo che devasta clima e biodiversità. La stessa analisi stima che la transizione globale verso sistemi agroecologici richiederebbe 250-430 miliardi di dollari l’anno: meno di quanto già si spende per tenere in piedi l’agricoltura fossile dipendente. L’aumento dei costi del lavoro verrebbe più che compensato dal calo dei costi chimici e dall’aumento della resilienza.
L’agroecologia non rappresenta, allora, l’ennesima «soluzione tecnica», ma una rottura politica. Significa rigenerare la fertilità dei suoli; rimettere i semi nelle mani dei contadini oltrepassando la logica dei brevetti; accorciare le filiere e promuovere la sovranità alimentare perché il cibo non dipenda dalle rotte militari ma dalle reti di solidarietà tra comunità. Si tratta di un’alternativa bottom up che ha già dimostrato la sua capacità di rigenerare suolo e comunità.
Negli ultimi anni sono proliferate leggi e strategie per l’agroecologia, spesso costruite insieme a movimenti contadini, comunità indigene e reti di donne rurali. Non si tratta solo di ridurre le emissioni, ma di integrare l’agroecologia nelle politiche su clima, biodiversità e desertificazione, riconoscendo suoli, acqua e semi come beni comuni.
Ruchi Shroff, Navdanya International – L’Extraterrestre, settimanale ecologista de Il Manifesto, 30 aprile 2026 | Fonte