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Associazioni ambientaliste e consumatori contro i decreti legislativi che aprono agli Ogm in Italia. Ecco cosa c’è dietro “il colpo di mano” del governo

di Manlio Masucci, Navdanya International – articolo tratto dalla rivista mensile Terra Nuova di febbraio 2021

“Stiamo insistendo con veemenza affinché le normative si mettano al passo con la tecnologia per permettere che questa tecnologia sia utilizzata, non solo a beneficio degli europei, ma anche a beneficio del resto del mondo che guarda all’Europa per le normative”. Siamo nell’ottobre del 2020 e questa dichiarazione, che fa direttamente riferimento alle norme relative alle tecniche di manipolazione genetica di nuova generazione Nbt (new breeding technologies), porta la firma di Liam Condon, presidente della divisione scientifica sull’agricoltura della Bayer, la multinazionale tedesca che ha da poco acquisito la Monsanto. La dichiarazione del dirigente di una delle maggiori multinazionali del mercato dei semi e dei pesticidi a favore dell’utilizzo delle Nbt in agricoltura, viene rilasciata pochi mesi dopo il lancio della strategia Farm to Fork da parte della Commissione Europea. Non è un caso. La strategia indica obiettivi importanti in termini di sostenibilità ambientale ma, parallelamente, inserisce le nuove biotecnologie fra i possibili strumenti utili per raggiungere tali obiettivi. E’ il segnale che l’industria attendeva da molto tempo. Così, mentre il mondo ambientalista era impegnato a celebrare la svolta green dell’Europa, la lobby industriale si metteva al lavoro per ottenere il tanto agognato via libera sugli ogm di nuova generazione. E’ il revival del transgenico i cui effetti non tardano a manifestarsi anche nel nostro paese. Nel novembre del 2020 il Governo italiano sottopone al parere delle Commissioni di Camera e Senato tre decreti legislativi che mirano a spalancare le porte a Ogm e Nbt. Una mossa destinata ad avere un profondo impatto sul settore agricolo italiano. Eppure, nonostante l’evidente portata degli interessi in gioco, il Governo decide di bypassare il dibattito pubblico e finanche quello politico attraverso lo strumento dei decreti.

Crispr-Cas: la nuova carta dell’industria per aprire il mercato europeo al transgenico 

Per comprendere la complessità e l’urgenza della questione è necessario fare un piccolo passo indietro. E’ il 25 luglio 2018 quando una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea equipara gli Ogm alle Nbt gettando letteralmente nel panico l’intero universo dell’agribusiness che prevedeva di poter aggirare il muro delle normative grazie alle nuove tecnologie. In Europa l’utilizzo di organismi geneticamente modificati è infatti sottoposto a regole molto rigorose e procedure di autorizzazione complesse per la loro coltivazione e commercializzazione. Per quanto riguarda la coltivazione la decisione di coltivare Ogm è delegata ai singoli paesi. E’ anche grazie a questa norma che l’Italia ha potuto bandire dal proprio territorio i semi modificati geneticamente e brevettati. Per quanto riguarda la commercializzazione, alle aziende è fatto obbligo di indicare nelle etichette la presenza di Ogm nei prodotti oltre la soglia dello 0,9%. Un obbligo che, considerando la diffusa avversione dell’opinione pubblica, ha, di fatto, azzoppato il business del transgenico nel vecchio continente. Non è un caso che, attualmente, la maggior parte degli Ogm autorizzati nell’Ue sono destinati ai mangimi per gli animali d’allevamento.

Proprio per bypassare lo scoglio rappresentato dallo scetticismo dei cittadini e dagli studi scientifici indipendenti, l’industria, pur di aprirsi la strada nel mercato europeo, aveva deciso di cambiare strategia e puntare sulle Nbt, le nuove tecniche di manipolazione genetica. É il caso del Crispr-Cas, una tecnica particolarmente semplice ed economica che permette di modificare il dna senza l’introduzione di geni esterni, come avveniva nel caso degli Ogm di vecchia generazione. Attraverso questa differenza procedurale, l’industria poteva asserire che gli organismi modificati con la Crispr-Cas, che da molti è stata definita come un’operazione di taglia e cuci del dna, erano equiparabili a quelli ottenuti in seguito a selezione naturale e non necessitavano quindi di una regolamentazione ad hoc. In seguito a questa “presunzione”, successivamente smentita dalle più recenti ricerche scientifiche, molte grandi aziende avevano iniziato la corsa ai brevetti, ovvero alla proprietà intellettuale sui nuovi organismi da commercializzare. Fra queste Bayer, Basf, Dow e, all’epoca, Monsanto. Un piano quasi perfetto che si è scontrato però con la Corte di giustizia europea che ha sentenziato come le Nbt siano invece equiparabili agli Ogm e quindi debbano rispettare le stesse normative che prevedono, fra l’altro, sperimentazione, monitoraggio e etichettatura.

Ma la storia non poteva finire lì, considerando gli enormi interessi in ballo. E infatti a commentare l’ennesima sconfitta dell’agribusiness ci pensa addirittura il ministro dell’agricoltura statunitense, Sonny Perdue, che definisce il pronunciamento della Corte europea come “regressivo e intempestivo ” annunciando la volontà del suo ministero di “raddoppiare gli sforzi” per convincere i partner europei a cambiare approccio. L’approccio a cui si riferisce Perdue dovrebbe tener conto, evidentemente, non tanto degli aspetti scientifici che fanno riferimento, a loro volta, al principio di precauzione europeo, quanto piuttosto degli aspetti commerciali. La frustrazione degli Stati Uniti è comprensibile dopo essersi visti sbattere in faccia, per la seconda volta, la porta del ricco mercato europeo. Altrettanto facile da immaginare è come l’intervento di Perdue non intendesse essere fine a se stesso ma volesse piuttosto stimolare una nuova fase strategica della diplomazia americana e della lobby industriale. Una nuova fase che coinvolge immediatamente l’Italia. L’incontro fra Sonny Perdue e la ministra dell’agricoltura Teresa Bellanova avviene a fine gennaio 2020 a Roma. Fra i temi dell’incontro non potevano mancare le Nbt: “Penso in primo luogo, – questa la posizione espressa a riguardo dalla nostra ministra – alla collaborazione in ricerca e innovazione, con particolare riguardo alle tecniche innovative di genomica vegetale. Stiamo lavorando anche a livello europeo per fare una netta distinzione tra queste tecniche e le modifiche genetiche transgeniche”.

Nuovi ogm in agricoltura: rischio catastrofe per la biodiversità, vantaggi solo per le multinazionali

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La lobby è servita

Il Corporate Observatory Europe denuncia come, a seguito della pubblicazione della sentenza della Corte di giustizia, l’Unione europea sia stata oggetto di una incessante pressione lobbistica da parte degli Stati Uniti e di altri partner commerciali per permettere alle Nbt di non essere assorbite dalla normativa Ogm. E’ questo il contesto in cui Liam Condon, in occasione della conferenza Bayer Future of Farming, rilascia le sue dichiarazioni definendo la tecnologia Crispr come una “scoperta incredibile” in grado di rendere l’agricoltura europea più sostenibile. Il rappresentante della multinazionale tedesca rincara la dose lanciando quello che suona come un avvertimento: “Abbiamo perso l’intera generazione Ogm in Europa, non possiamo ora perdere questa nuova generazione tecnologica”. Quelle di Liam sono dichiarazioni puntuali. Nell’anno della riforma della Pac e del lancio del Green Deal, l’industria ha infatti capito che non può rimanere con le mani in mano. L’allerta era già stata lanciata dal Corporate Europe Observatory, quando, nello stesso mese di ottobre, aveva denunciato come la lobby dell’agroalimentare, insieme ai giganti dei pesticidi e dell’industria alimentare, stava cercando di impedire che la nuova Pac si allineasse alla strategia Farm to Fork.

Eppure è proprio fra le pagine del documento strategico della Commissione europea che gli interessi corporativi hanno trovato lo spiraglio giusto. L’obiettivo di ridurre l’uso di fertilizzanti del 20%, dei pesticidi chimici del 50% e convertire al biologico il 25% dell’agricoltura continentale entra in collisione con alcune valutazioni parallele: “Le nuove tecniche, – si legge nel documento Farm to Fork – tra cui la biotecnologia e lo sviluppo di prodotti a base biologica, possono svolgere un ruolo nell’aumentare la sostenibilità, a condizione che siano sicuri per i consumatori e per l’ambiente portando benefici alla società nel suo complesso. Possono anche accelerare il processo di riduzione dipendenza dai pesticidi. In risposta alla richiesta degli Stati membri, la Commissione sta sviluppando uno studio che esaminerà il potenziale delle nuove tecniche genomiche per migliorare la sostenibilità lungo la catena di approvvigionamento alimentare”. A dar man forte all’industria ci pensa anche l’Efsa (European Food Safety Authority) che, nell’ottobre del 2020, pubblica una opinione favorevole alle Nbt. La notizia di una nuova offensiva politica da parte di alcuni Stati membri, fra cui l’Italia e la Francia, per aprire le porte ai nuovi Ogm sembra essere una logica conseguenza di quanto è venuto a maturare in Europa negli ultimi anni. Non una estemporanea iniziativa legislativa, quindi, ma un’offensiva congegnata, risultato di un processo di lobby sviluppatosi nell’ultima decade e intensificatosi a seguito del pronunciamento della Corte di giustizia europea.

Italia fa da apripista all’industria del transgenico?

Il resto è attualità con tre decreti legislativi che intendono aprire le porte dell’Italia a Ogm e Nbt e con le associazioni della società civile pronte a fare muro. Un vero “colpo di mano” secondo le associazioni European Consumer, Isde, Navdanya International e Gufi che ricordano l’irreversibilità di una scelta che rappresenterebbe una vera rivoluzione copernicana nel settore con il rischio di crollo verticale della biodiversità e della produzione nazionale di qualità. Secondo l’Associazione rurale italiana e il coordinamento della Via Campesina, l’Italia giustifica le sue proposte di decreto con la necessità di adeguarsi alla normativa comunitaria sulla commercializzazione delle sementi ma in realtà questo obbligo al momento non esiste mentre Aiab e Greenpeace sottolineano la superficialità delle proposte che trattano in modo confuso temi complessi e delicati, tanto che si potrebbe pensare a una scarsa conoscenza della materia da parte dell’estensore. Per la coalizione Cambia la Terra (FerderBio, Legambiente, Lipu, Isde e Wwf) i decreti metterebbero in crisi il settore del biologico e rappresenterebbe un duro colpo per il made in Italy.

Quello che risulta chiaro è che decisioni di questo tipo, per la loro importanza non solo per il settore agricolo ma anche per l’ambiente e per i consumatori, dovrebbero esser considerate attentamente. La mancanza di un dibattito pubblico, oltre che parlamentare, e l’opinabile modalità del ricorso ai decreti governativi, lascia non pochi dubbi sulla trasparenza dell’iniziativa. I rischi paventati riguardano lo stravolgimento dell’intero assetto agricolo italiano con possibili contraccolpi sull’ambiente e sul mercato dove le peculiarità dell’agricoltura italiana potrebbero esser minacciate da semi brevettati e “globalizzati”. E’ altresì altamente improbabile che il modello di agricoltura proposto dalle multinazionali vada incontro agli obiettivi di sostenibilità, protezione della biodiversità, riduzione di fertilizzanti e pesticidi che la stessa strategia Farm to Fork implica.  Sicuramente, come la storia dimostra, mettere a repentaglio la sovranità alimentare di un paese non giova ai piccoli e medi produttori ma piuttosto a gonfiare i bilanci delle stesse multinazionali che detengono i brevetti sulle nuove varietà. Le associazioni invitano pertanto il governo a ritirare i decreti e i cittadini a mobilitarsi per ribadire il no agli ogm di nuova e vecchia generazione.

Decreti Sementi-OGM: bene le richieste della Commissione Agricoltura della Camera

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Verità e bugie su nuovi e vecchi ogm, la narrazione dell’industria alla prova dei fatti

La lobby industriale torna alla carica per non perdere il treno della seconda generazione di Ogm dopo che l’Europa aveva imposto regole ferree alla prima generazione. L’obiettivo principale dell’agribusiness è primariamente quello di sottrarre le Nbt alle regole degli Ogm e quindi evitare test, monitoraggi e etichettature. Insomma la deregolamentazione sarebbe il miglior scenario per l’industria che, anche in questo caso, si affiderà, presumibilmente, ai vecchi cavalli di battaglia per convincere l’opinione pubblica.

Uno degli argomenti preferiti è quello di tacciare le posizioni anti Ogm come antiscientifiche e ideologiche. Purtroppo per l’industria, la quantità di studi scientifici che sollevano dubbi sulle biotecnologie applicate all’agricoltura è praticamente sconfinata. GMOResearch.org è il primo e più completo database scientifico con oltre 2.000 studi e pubblicazioni che documentano i rischi e gli effetti nocivi potenziali ed effettivi degli Ogm. Il database contiene riferimenti da tutto il mondo che documentano gli effetti sulla salute, l’impatto ambientale, l’impatto sugli organismi non bersaglio, la resistenza degli organismi bersaglio, i danni da deriva dei pesticidi, la contaminazione genetica, il trasferimento genico orizzontale e altri effetti indesiderati, oltre a riferimenti relativi alla resa delle colture, all’impatto sociale, all’etica e all’economia.

Purtroppo per l’industria anche la sentenza della Corte di giustizia che equipara Ogm a Nbt sembra trovare conferme nel mondo scientifico. L’ultimo studio pubblicato in materia su Science Direct sfida la decantata precisione della tecnica Crispr-Cas evidenziando l’imprevedibilità dei risultati e la possibilità che gli effetti collaterali indesiderati possano essere rischiosi per l’utilizzatore finale. A ribadire la necessità di regolare Ogm e Nbt è sceso in campo anche il European Network of Scientists for Social and Environmental Responsibility. Da un punto di vista scientifico comincia a scricchiolare anche la pretesa degli Nbt di essere “naturali”. Uno dei leit motiv della lobby industriale è che la tecnica del gene editing, non lasciando tracce, dovrebbe essere equiparata a un processo naturale sfuggendo così alle norme sugli Ogm. Ma anche in questo caso una nuova ricerca  contraddice l’assunto. I ricercatori hanno utilizzato con successo un test quantitativo altamente sensibile e molto accurato per la prima coltura a modificazione genetica commercializzata: la Canola Su (sulfonylurea- tolerant). Si tratta del primo test di rilevamento open source per una coltura geneticamente modificata.

Cosa dire del vecchio cavallo di battaglia della sostenibilità, che fa capolino anche dalle pagine del documento Farm to Fork? Un recente studio della dottoressa Allison Wilson, del Bioscience Resource Project negli Stati Uniti, prende in considerazione il Golden Rice, le colture geneticamente modificate tolleranti agli erbicidi (Ht) e le colture insetticide Gm Bt rilevando che “l’uso diffuso di colture Bt e Ht ha portato allo sviluppo problematico di resistenza ai parassiti, super infestanti e parassiti secondari”. In risposta a questi problemi, “gli agricoltori hanno aumentato sia l’uso di insetticidi che di erbicidi”. Insomma, la narrazione rassicurante sulle nuove tecniche di manipolazione genetica sembra cozzare contro il muro degli effetti indesiderati. Quella della sostenibilità in agricoltura sembra destinata a rimanere una favola: “In teoria un giorno potrebbe essere possibile creare una coltura geneticamente modificata che soddisfi i requisiti generali dell’agricoltura sostenibile, – conclude Wilson – ma in pratica sembra altamente improbabile che ciò avvenga”.

I risultati degli studi di Wilson non rappresentano certo una sorpresa per il genetista Salvatore Ceccarelli che aveva già identificato i medesimi problemi relativi alle colture Ht: “Qualsiasi meccanismo di protezione contro un parassita delle colture, sia essa genetica o chimica, può essere descritto come instabile o stabile e gli Ogm appartengono alla categoria di soluzioni instabili al problema della protezione contro i parassiti ed è per questo che, nella migliore delle ipotesi, forniscono soltanto una soluzione temporanea, che a sua volta, come descritto sopra, crea un nuovo problema (una razza resistente del parassita), che richiede una soluzione diversa (un nuovo Ogm). Pertanto, l’introduzione di Ogm in agricoltura avvia una reazione a catena che beneficia solo l’azienda produttrice di Ogm”.

Nell’ambito di un confronto così serrato, l’unica certezza riguarda proprio i beneficiari di un eventuale processo di deregolamentazione, ovvero le grandi multinazionali che, brevettando le nuove varietà, saranno le uniche a trarre vantaggi da queste politiche. Con buona pace di consumatori e piccoli produttori, come ha rilevato la presidente di Navdanya International, Vandana Shiva: “Gli organismi modificati con la tecnica dell’editing genetico sono Ogm. L’editing genetico non è equiparabile alla selezione varietale tradizionale, ma a una scorciatoia che permette di brevettare le sementi e appropriarsi del patrimonio di sementi che gli agricoltori hanno evoluto nel corso dei secoli”.

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Le lobby dietro l’apertura agli Ogm in Italia

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La lobby pro Ogm insidia l’agricoltura italiana

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Il governo si accinge a introdurre gli Ogm in Italia: le Associazioni si oppongono

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