Home > Notizie > i nostri articoli > La produzione del cibo distrutta dalla guerra

Dal 19 al 23 ottobre Roma ospiterà, nella sede della Fao, la 54ª sessione del Comitato per la sicurezza alimentare mondiale (CFS), una delle principali sedi multilaterali dedicate alla sicurezza alimentare e alla nutrizione. Il CFS riunisce governi, agenzie Onu, società civile, popoli indigeni, ricerca e settore privato per affrontare le cause della fame e della malnutrizione, promuovere il diritto al cibo e costruire sistemi alimentari sostenibili e resilienti. Nell’agenda 2026 figurano proprio la resilienza dei sistemi alimentari e le questioni critiche ed emergenti per la sicurezza alimentare.

La riunione si apre a poco più di due mesi dalla pubblicazione di un rapporto Fao-Unosat che offre una misura drammatica di cosa significhi, in un contesto di guerra, perdere non soltanto l’accesso al cibo ma la capacità stessa di produrlo. Nella Striscia di Gaza appena il 3% delle terre coltivate risulta contemporaneamente accessibile e non danneggiato.

Al 24 giugno 2026 erano accessibili 4.091 ettari, il 27% della superficie agricola. Ma solo 448 ettari erano integri e coltivabili senza interventi di ripristino; altri 3.643 ettari accessibili risultavano danneggiati. Dall’ottobre 2025 la superficie agricola accessibile e non danneggiata è diminuita di un ulteriore 25,5%. A Rafah il 97,2% dei terreni agricoli e il 98,4% delle serre sono inaccessibili. In tutta Gaza restano accessibili e integre appena 224 ettari di serre, il 16,6% del totale.

Secondo la Fao, negli ultimi mesi non è stato un nuovo aumento dei danni fisici il principale fattore di riduzione delle terre disponibili, ma la perdita di accesso ai campi. Una terra può dunque essere ancora coltivabile e tuttavia smettere di produrre perché gli agricoltori non possono raggiungerla. E anche dove l’accesso rimane possibile, la produzione è ostacolata dalla scarsità di sementi, fertilizzanti, attrezzature per l’irrigazione, carburante e altri mezzi essenziali. Gli allevatori faticano a reperire mangimi e medicinali veterinari.

Prima dell’ottobre 2023 l’agricoltura rappresentava circa il 10% dell’economia di Gaza e sosteneva i mezzi di sussistenza di oltre 560 mila persone attraverso coltivazioni, allevamento e pesca. Le ostilità hanno colpito non solo raccolti e infrastrutture, ma un ecosistema alimentare: suolo, acqua, semi, conoscenze agricole, lavoro, scambi locali e possibilità di riprodurre nel tempo il proprio cibo. È qui che la questione delle sementi assume un significato decisivo. Il seme non è semplicemente un input da importare: è il primo anello dell’autonomia alimentare di una comunità, perché racchiude la possibilità di conservare, riprodurre e adattare le colture. La libertà di conservare e scambiare sementi e la tutela della biodiversità sono condizioni fondamentali della sovranità alimentare. Quando vengono meno terra, acqua, sementi e capacità produttiva locale, cresce invece la dipendenza dall’esterno. La stessa Fao indica tra le priorità l’accesso sicuro alle terre, l’ingresso dei mezzi di produzione e investimenti per riabilitare i campi e ricostruire l’agricoltura locale.

Alla vigilia del CFS di Roma, Gaza suggerisce così una domanda che supera i confini della Striscia: possiamo parlare di sicurezza alimentare limitandoci alla disponibilità di cibo, senza considerare anche la capacità delle comunità di produrlo? Nella prospettiva di Navdanya, la sovranità alimentare comincia proprio da qui: dalla possibilità di custodire i semi, rigenerare la terra e mantenere nelle mani delle comunità la capacità di nutrire se stesse.

Di Ruchi Shroff – L’Extraterrestre, settimanale ecologista de Il Manifesto, 24 settembre 2026 | Fonte


Thumbnail: “Palestinians commemorate Land Day in the ‘buffer zone’ of the eastern Gaza Strip” by Joe Catron, CC BY-NC 2.0, via Flickr. No changes made.