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Di Manlio Masucci, Navdanya International – L’Extraterrestre, settimanale ecologista de Il Manifesto, 28 gennaio 2021 | Fonte

Un intero continente messo sotto assedio dalle potenze occidentali. Una nuova fase di colonizzazione che non avviene più tramite gli eserciti ma attraverso l’utilizzo di armi altrettanto potenti: le leggi di proprietà intellettuale imposte alle popolazioni attraverso accordi commerciali. La colonizzazione dell’Africa sembra, da questo punto di vista, non essersi mai arrestata. E gli Ogm sono il nuovo strumento, uno strumento più affilato di una baionetta e più resistente di un avamposto militare nel deserto. Le multinazionali dell’agribusiness stanno, di fatto, lanciando un’opa sul futuro dell’intero continente appropriandosi, legalmente e finanche filantropicamente, di un bene comune primario fondamentale per la vita sulla terra al pari dell’acqua e dell’aria: il seme.

La retorica è sempre la stessa: quella di voler sfamare i poveri africani. Ma estendere monopoli sul mercato dei semi significa pregiudicare la sovranità alimentare delle popolazioni locali, significa prenderle come ostaggi e detenerle nelle celle, chiuse a doppia mandata, del libero mercato. Di fronte a questo saccheggio legalizzato, c’è ancora chi si chiede se gli Ogm facciano bene o male. La risposta, vedendo i risultati dell’esperienza africana, è semplice: gli Ogm fanno bene ai bilanci delle multinazionali dell’agribusiness e fanno male all’ambiente, che perde biodiversità, ai consumatori, che perdono la libertà di scegliere come alimentarsi, e ai piccoli e medi produttori agroecologici che, ancora ad oggi, rappresentano la fonte primaria di produzione di cibo nel mondo.

Per dirla con le parole del professor Adolf Mkenda, ministro dell’agricoltura della Tanzania, il primo paese africano ad aver bandito gli Ogm nel gennaio del 2021, «se lasciassimo entrare semi coperti da proprietà intellettuale nel nostro paese si innescherebbe un meccanismo di dominio del mercato da parte di poche compagnie che obbligherebbero i contadini locali a comprare i loro semi ogni anno creando così dipendenza». Il passo della Tanzania è netto e divide, di fatto, il continente in due: fra chi vorrà preservare la sovranità alimentare del proprio paese e chi la vorrà svendere al miglior offerente.

OFFERENTI CE NE SONO MOLTI. Fra questi la Bill e Melinda Gates Foundation. Basandosi sulla convinzione che gli Ogm siano essenziali nella lotta contro la fame, Bill Gates ha lanciato, nel 2007, l’Alleanza per la rivoluzione verde in Africa (Agra) con l’obiettivo di raddoppiare la produttività e i redditi entro il 2020 per 30 milioni di famiglie di piccoli agricoltori, dimezzando l’insicurezza alimentare in 20 paesi. Allo scoccare del 2020, e dopo circa un miliardo di dollari di finanziamenti, nessun risultato ufficiale è stato però comunicato dalla fondazione. Dimenticanza? A stilare il bilancio dei primi 13 anni di Agra ci pensa il rapporto False promises: The alliance for a green revolution in Africa che rileva come non ci siano prove di aumenti significativi della produttività mentre si registra un aumento del 30% delle persone che soffrono di fame estrema nei 13 paesi interessati dal progetto, una condizione che riguarda 130 milioni di persone.

NON SONO SOLO I PROGETTI DI GATES a fallire. L’esempio più indicativo dell’escalation transgenica continentale, e dei suoi effetti collaterali, lo offre il Sudafrica, uno dei primi paesi ad adottare le colture Ogm a livello globale seguito, pochi anni dopo, da Burkina Faso, Egitto e Sudan. Il Sudafrica è tra i primi dieci produttori di Ogm con circa 2,7 milioni di ettari nel 2018, anno in cui ben il 94% del raccolto di mais risultava geneticamente modificato. Nonostante il paese abbia sposato la proposta, e la promessa, delle multinazionali occidentali, l’insicurezza alimentare è diffusa, secondo l’Alleanza per la sovranità alimentare in Africa (Afsa), in oltre il 46% delle famiglie mentre un bambino su cinque è malnutrito. Il Sudafrica è l’unico paese al mondo in cui la principale coltura di base, il mais, è principalmente Ogm. Una coltura ad alto contenuto calorico che ha soppiantato gli alimenti più nutrienti e accessibili inducendo alti livelli di obesità soprattutto fra la popolazione femminile. Secondo l’African Centre for Biodiversity il via libera alla commercializzazione ha riempito gli scaffali dei supermercati di alimenti di base e trasformati con contenuti Ogm rendendo obsoleta, in mancanza di alternative, ogni considerazione sull’etichettatura. Fra le criticità, anche l’aumento dei prezzi delle sementi e il massiccio utilizzo di pesticidi, poiché circa l’80% del mais coltivato a livello globale è Roundup Ready resistente al glifosato. Il Sudafrica è divenuto dunque il maggiore importatore e utilizzatore di pesticidi nell’Africa sub-sahariana, con più di 500 principi attivi registrati.

I TENTATIVI DI INTRODURRE OGM in Africa continuano nonostante i fallimenti. È’ il caso di Camerun, Malawi, Uganda, Etiopia, Kenya, Ghana e Nigeria che hanno approvato sperimentazioni di colture geneticamente modificate nel corso dell’ultimo decennio. A fare marcia indietro ci ha invece pensato il Burkina Faso il cui cotone, soprannominato «oro bianco», era considerato un prodotto di eccellenza del settore. La Monsanto riuscì a entrare nel paese nel 2008 e, nel giro di pochi anni, il 70% del cotone del Burkina Faso si poteva considerare transgenico. A causa della scarsa qualità della fibra e dell’alto costo dei semi, i produttori del Burkina Faso hanno stimato, fra il 2011 e il 2016, perdite per oltre 70 milioni di euro inducendo il governo ad abbandonare il transgenico e ritornare al cotone tradizionale.

L’ONDA D’URTO TRANSGENICA ha dato impulso alla nascita di un nuovo movimento indipendentista formato da agricoltori ed esponenti della società civile. L’Afsa denuncia la strategia dell’industria che intende indebolire le leggi sulla biosicurezza, sulle etichette e garantirsi l’impunità giuridica in caso di disastri ambientali e sanitari. Fra le richieste delle organizzazioni ambientaliste ci sono la salvaguardia della sovranità alimentare e nuovi investimenti nello sviluppo dell’agroecologia, un approccio rispettoso delle culture locali e dell’ambiente minacciato dall’espansione delle grandi monocolture industriali transgeniche. Fra gli attivisti più rilevanti nella lotta contro gli Ogm c’è senz’altro Mariam Mayet, direttrice dell’African Centre for Biodiversity. Interpellata da L’Extraterrestre, Mayet ha commentato: «C’è bisogno di smontare molti dei miti persistenti e delle politiche neocoloniali che sostengono l’agricoltura basata sugli Ogm nel continente. È necessario vietare gli Ogm in Africa e prevenire lo spostamento dei sistemi locali di cibo e sementi, che costituiscono la base dei sistemi agricoli e dei mezzi di sussistenza dei piccoli proprietari. Pertanto, il focus della ricostruzione durante le molteplici crisi che stiamo affrontando deve essere il ristabilimento di giusti sistemi socioecologici locali, di cui i sistemi di sementi degli agricoltori sono una componente centrale».


Thumbnail image credit: Rushka Johnson


Ogm, il gennaio nero dell’agribusiness

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