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Di Manlio Masucci – Terra Nuova, 24 settembre 2021 | Fonte
Versione integrale sulla rivista Terra Nuova di settembre 2021

Food systems summit 2021: dal pre-vertice di Roma al vertice di New York che si è appena concluso, le multinazionali disegnano il sistema alimentare del futuro. Il cibo diviene una merce da produrre in grande quantità al costo minore possibile e il loro obiettivo è averne il controllo.

Il sistema alimentare globale disegnato dalle multinazionali si basa sulla necessità di uniformare le produzioni e i consumi. Il cibo diviene una merce da produrre in grande quantità al costo minore possibile, al netto di qualsiasi considerazione di ordine sociale, culturale, sanitario, ambientale. Estendere il controllo sul sistema alimentare è divenuto quindi, da tempo, l’obiettivo delle grandi multinazionali legate non solo al settore agricolo ma a quelli della chimica, della finanza, delle biotecnologie e della digitalizzazione. Un mercato plurimiliardario da conquistare ad ogni costo.

Il summit delle multinazionali

Ufficialmente sono state le Nazioni Unite a organizzare il summit, ma dietro le quinte ha agito una galassia di potenti multinazionali motivate da interessi di parte e alla costante ricerca di nuovi mercati. Gli Stati, che compongono l’Onu e che dovrebbero farsi portatori degli interessi dei loro cittadini, divengono improvvisamente piazzisti di interessi privati. Una novità dell’ultima ora? No di certo. Ma il vertice di New York ha finalmente alzato il sipario lasciando tutti gli attori coinvolti ben visibili sul palcoscenico.

Il vertice di New York, e di conseguenza il pre vertice di Roma, avvengono sotto lo stretto controllo delle multinazionali. Sono loro, i padroni del cibo, ad avere, e a voler mantenere, il controllo. E se di transizione si vuole parlare, nessuno si preoccupi, ne parleranno loro stessi. A modo loro. Ci convinceranno che le loro soluzioni saranno abbastanza ecologiche da poter mantenere l’attuale sistema di interessi intatto.

E di soluzioni ce ne sono tante come, per esempio Ogm di nuova generazione, agrochimici sempre più prestanti, carne artificiale, geoingegneria, agricoltura di precisione e raccolta dati. Si tratta di soluzioni che intendono riparare le falle del sistema alimentare industriale e che, al contempo, risultano essere molto remunerative per le stesse multinazionali del settore che hanno individuato nel “tecno soluzionismo” un settore di investimento estremamente remunerativo. Insomma, il sistema non si cambia, la logica rimane la stessa, gli interessi privati non devono essere scalfiti ma, al contrario, devono essere sostenuti da fondi pubblici, magari attraverso partnership pubblico-private. Un obiettivo reale da raggiungere a ogni costo, anche a quello di imbarcarsi in dispendiose campagne di green washing e impiegare testimonials famosi e influenti del calibro di Bill Gates.

Uno scontro epocale fra due visioni del mondo

La questione che non si vuole affrontare è che il sistema alimentare industriale, oltre a non essere in grado di raggiungere gli obiettivi di interesse generale, produce una serie di esternalità negative non più sostenibili. Parliamo di sussidi pubblici e agevolazioni fiscali, di opere di bonifica a carico degli enti pubblici, di costi sanitari legati alle malattie non trasmissibili riconducibili a loro volta all’inquinamento e alla cattiva alimentazione. Il tutto scaricato sulle spalle dei contribuenti a cui viene dato il contentino degli sconti al supermercato.

L’ideologia neoliberista dell’agribusiness, attraverso l’imposizione di trattati di libero commercio atti a deregolamentare i settori strategici e abbassare le tutele per lavoratori e ambiente, ha inoltre dato un contributo decisivo all’aumento delle emissioni climalteranti, alla contaminazione di terreni e falde acquifere, agli sprechi, mentre continua ad alimentare il fenomeno della deforestazione e dell’accaparramento delle terre ai danni dei contadini. E’ in questo modo che si alimentano crisi economiche, sociali e culturali. Proprio perché i risultati finora conseguiti sono decisamente imbarazzanti, oggi, più che mai, il sistema va blindato. Il summit di New York e il pre summit di Roma servono a stabilire questo: comunque vada, sarà un successo.

Ma se questo è il sistema alimentare che intende avanzare nel suo progetto di egemonia sui mercati, cosa accade a tutti i sistemi alternativi, come quelli agroecologici, che dovevano illuminarci sul percorso della transizione attraverso un ritorno alle produzioni locali e alle filiere corte, riducendo sprechi, inquinamento e garantendoci la sovranità alimentare attraverso un nuovo impulso all’economia circolare? Il 70% del cibo è, d’altra parte, prodotto ancora oggi da piccoli e medi agricoltori che utilizzano non più del 25% delle risorse. Per questi soggetti non rimane, al momento, che l’autorganizzazione, la protesta, la resistenza. Il sistema egemone non li prevede e li emargina perché la transizione è possibile, ma solo a modo loro.

Dalla resistenza al contro-vertice diffuso

E’ proprio la deriva antidemocratica che ha portato alla creazione di un fronte internazionale, composto da associazioni di produttori, organizzazioni della società civile, accademici, scienziati e attivisti, pronto a reclamare il proprio diritto alla sovranità alimentare e a denunciare l’opacità e la non rappresentatività del vertice. Il tentativo di imporre un sistema alimentare egemonico ed esclusivo e di affidarne la governance globale agli stessi soggetti che hanno perpetrato negli anni il modello produttivo più inquinante, più iniquo e più conflittuale possibile, potrebbe paradossalmente divenire un boomerang. E’ forse questa la conseguenza più rilevante del vertice: l’aver compattato il fronte internazionale rendendo chiaramente visibile il crogiolo di interessi che si cela dietro il sistema alimentare pilotato dall’agribusiness.

Il fronte degli opponenti è effettivamente ampio, e cresce giorno dopo giorno. Sono centinaia le organizzazioni internazionali schieratesi apertamente contro il vertice chiedendo, per l’appunto, un cambio di sistema. Fra queste Ifoam, Agroecology Europe, Slow Food, Wwf, Oxfam, Ipes Food, Amnesty International, Greenpeace. Le contestazioni contano sull’appoggio di molti scienziati che si ribellano all’uso strumentale della scienza da parte delle multinazionali e addirittura su quello degli ultimi tre relatori speciali sul diritto all’alimentazione dell’Onu.

Le alternative, d’altra parte, già esistono. E funzionano. E’ forse questo l’elemento che più spaventa l’agribusiness. L’agroecologia si è già dimostrata una pratica utile ad affrontare le sfide attuali. Si adatta alle necessità locali, non inquina, non spreca, contrasta i cambiamenti climatici, preserva la biodiversità e la salute delle persone, si basa sui principi di rispetto dei diritti umani, equità e giustizia sociale. Sono molti gli eventi organizzati in tutto il mondo che stanno contribuendo a creare un contro-vertice diffuso. Si tratta ora di raccogliere tutte le proposte per immaginare e progettare il sistema alimentare del futuro. Un sistema ecologico, democratico, equo e inclusivo.

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